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giugno 8, 2016

Il piccolo molo su Resting Waters

Quel giorno era speciale per Edward. Gli sembrò quasi di sognarlo prima di svegliarsi e quando gli occhi si dischiusero fu perché un insolito raggio di sole tagliò la stanza in due, colpendogli l’occhio destro con insistenza, per poi scomparire in una leggera nube di polvere. Per quanto sorpreso dal sole pensò che non puliva quella stanza da un bel po’. Guardò il calendario meccanico appeso alla parete. Era giovedì 7 agosto.

Sospirò lentamente e si rannicchiò nel letto abbracciando il cuscino per qualche minuto, con lo sguardo malinconico fisso su quella data. Era il giorno in cui aveva conosciuto il più grande amore della sua vita e il giorno in cui l’aveva perso, decidendo di lasciare tutto quello che aveva -compreso il suo cuore- e di cercare un nuovo posto per elaborare il suo piccolo, immenso, dolore. Prese il maggiolino del suo defunto nonno e cominciò a girare il mondo. Si era dimenticato di come trovò Losthope Hill, ma il motivo per cui ci rimase fu lo stesso per cui chiunque abitasse lì lo fece a sua volta. A Losthope rappresentavi meno di un numero.

Un dolore come quello era sufficientemente pesante come bagaglio, una valigia, uno scatolone e una busta di plastica. I beni fondamentali.

Il maggiolino celeste di Edward era parcheggiato tra molte altre macchine, ma era forse il più pulito. La ruggine si era fatta strada tra i graffi sulla carrozzeria, ma il motore faceva lo stesso rumore di una volta: le vecchie macchine, malgrado i loro difetti, sono dure a morire. Nonostante la vettura non venisse propriamente utilzzata dal suo arrivo in città, la routine settimanale di Edward prevedeva un momento per avviarla ed essere sicuro che funzionasse a dovere. E quella mattina lasciò casa sua con quell’intenzione. Losthope si proponeva come un apparato respiratorio, vista dall’alto, che culminava con la chiesa. Il parcheggio di estendeva ad aura intorno al grottesco edificio rovinato dal tempo, affiancato dal sentiero che saliva verso la montagna e a quello invaso da sinuose radici intrecciate che scendeva verso il molo.

Se ci fosse stata più luce, il molo sarebbe stato un piccolo paradiso nascosto. Raggiungibile grazie ad una grezza scalinata costruita dagli antenati di Losthope Hill, il piccolo molo di legno ai piedi della costa, che da tempo immemore si specchiava sulla superficie del fiordo, era un piccolo punto di ritrovo per chi voleva incontrare un’anima affine. La malinconia avvolgeva gli abitanti della cittadina come una coperta insopportabilmente pesante, ma quando qualcuno se ne ricordava e sentiva il bisogno di scrollarsela di dosso, sapeva che il piccolo molo sulle acque di Resting Waters, benché cupo e umido come tutto il resto, avrebbe fornito l’occasione di respirare un’aria diversa dal solito, il silenzio della natura e un ambiente perfetto per la meditazione.

 


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maggio 31, 2016

Il Middle Threshold Pub

Il tempo era incerto quanto la strada che stavo percorrendo. Impossibile dire da quanto stessi guidando, forse avevo macinato un mezzo migliaio di km lungo la costa a giudicare dall’indicatore del serbatoio. La Malibu sembrava detestare la strada e a causa del sudore che mi sentivo scendere lungo i fianchi mi resi conto di avere le braccia in tensione da quando avevo superato il faro di Horizon’s End. Gli pneumatici sembravano frantumare l’asfalto dissestato sotto di me, come se passando stessi distruggendo quanto rimaneva della strada percorsa. Mi dava una sensazione palpabile di non-ritorno. Passando per quella strada realizzai di non ricordare assolutamente nulla di ciò che separava Losthope dal resto del mondo. Semplicemente non ricordavo che quella strada fosse mai esistita o di averla percorsa per lasciare la città.

Dopo qualche chilometro i miei nervi mi stavano abbandonando, sapevo che mancava pochissimo al ponte che collegava la strada a Losthope Hill, ma ero semplicemente troppo stanco o inconsciamente impreparato a quello che mi aspettava. Pensai di fermarmi sul ciglio della strada, in qualche punto panoramico, quando un’insenatura scavata dal tempo rivelò gradualmente un’insegna bordeux. Ad un primo sguardo, la stazione di servizio che segnalava mi sembrò abbandonata, ma una ghirlanda di luci colorate lasciate a penzolare dalla grondaia della veranda attirò la mia attenzione.

Sterzai bruscamente per raggiungere il parcheggio e la Chevrolet alzò una nube di polvere scivolando sullo sterrato. Rispetto al posto in cui si trovava l’edificio, l’ambiente intorno sembrava decisamente più umido.

Scesi dalla macchina lanciando un’occhiata alla carrozzeria nera, artigliata da sferzate di fango. Alzai lo sguargo verso l’insegna leggendo a bassa voce “Middle Threshold Pub”. Sorrisi a labbra serrate da quanto mi sembrava ironica l’idea di un pub nel mezzo del nulla. L’odore di salsedine proveniva ad ondate gelide dal golfo, una sorta di invito naturale a ripararmi dalla brezza pungente dell’imbrunire.

Percorsi un sentiero segnalato da detriti e pezzi di ferraglia, alcuni provenienti di certo da auto d’epoca, altri incrostati dal lavoro incessante dell’oceano e meno identificabili. Lo stabile aveva una pianta ben intuibile Il tetto in lamiera si estendeva in lunghezza su quello che doveva essere l’unico piano del pub. All’interno, percebibile dalle vetrate opache protette dalla veranda, una luce fioca indicava quanto meno la presenza di corrente elettrica. Mi venne in mente tra le altre cose che mio telefono non aveva più segnale da quando mi ero lasciato alle spalle Horizon’s End, che ancora si vedeva in lontananza lampeggiare, rincuorante.

Raggiunsi la porta spingendola delicatamente annunciando involontariamente, con un cigolio fastidioso, il mio arrivo. Entrando ebbi una di quelle sensazioni familiari, quelle che ti vengono quando ricordi un momento della tua infanzia, una senzazione con un odore ed un sapore precisi. Il locale non mi ricordava assolutamente nulla, ma l’atmosfera mi avvolse come una coperta calda, un abbraccio materno.

Una radio gracchiava musica blues dall’alto di un cammino di pietra spento, ad angolo tra la parete frontale e quella laterale, costellata da foto in bianco e nero poste in formazione circolare intorno a quella più grande: il faro di Horizon’s End. Una sorta di aureola in bianco e nero, una composizione mistica, quasi divina.

Mentre la osservavo, alle mie spalle sentii dei passi pesanti e mi voltai. Una figura robusta e slanciata si palesò dalla porta di servizio. L’abbigliamento era semplice: una maglietta nera e un paio di jeans che culminavano in un paio di scarponi da montagna beige. L’uomo che mi trovavo di fronte non era decisamente il cavernicolo che mi sarei aspettato di trovare in un posto del genere. Era giovane, sulla trentina, i capelli e la barba corti e curati e un sorriso in grado di uccidere.

– Ciao – sorrise.
– Oh, Ciao. – ricambiai. Per qualche motivo avevo paura che continuando a parlare avrei iniziato a balbettare. E fu lui a rompere il vuoto di silenzio provocato dal mio atteggiamento titubante.

– Beh, io sono Sam e questo è il Middle Threshold Pub – disse calcando con ironia il nome del locale. – Ho del gasolio se ti serve – continuò facendo cenno alla Malibu oltre le vetrate.

– Oh, no no no! Sono Ethan, sto andando a Losthope Hill, ero solo stanco e mi sono fermato. Queste strade sono infernali.

– Un visitatore a Losthope Hill. – finse stupore – Immagino tu sia qui in villeggiatura – ironico.

– Più… o meno. Insomma, sono qui per staccare la spina. – Mentii e fu subito chiaro.

Sam mi guardò bonariamente sbilanciando il sorriso verso destra – Va tutto bene, non volevo essere invadente, anzi, quello che succede a Losthope è meglio che rimanga dov’è, anche se mi farebbe piacere vederti tornare. – si fece un po’ cupo, smorzando l’umorismo. Questo mi lasciò senza parole. Un silenzio che l’uomo tornò presto ad interrompere.

– Una birra, Ethan?

– Assolutamente sì, grazie. Mi dici dove posso trovare il bagno?

Annuì indicandomi un corridoio a lato del bancone, indicazione che seguii prontamente. La mia curiosità mi spinse a guardare all’interno di ogni porta aperta che mi si parasse intorno. Contai due camere da letto e due bagni. Ancora non sapevo che non sarebbe stata l’ultima volta che sarei passato da quel corridoio.

Le birre diventarono cinque e il crepuscolo diventò notte fonda. Io e Sem parlammo come vecchi amici e nonostante fosse sicuramente un uomo avvenente resistetti dalla voglia di flirtare. Era come se sapessi che qualcosa di profondo e ancestrale ci unisse, almeno spiritualmente ed ero certo che se gli avessi chiesto un bacio, me lo avrebbe sicuramente concesso. Un’alchimia insolita, un’attrazione anomala. I nostri discorsi sul significato del mondo e della vita, portati avanti principalmente da un’ebbrezza incalzante, vennerò troncati da un fulmine, seguito dopo un istante da un tuono assordante.

Guardai fuori pensando alla Chevy parcheggiata in quello che sarebbe diventato fango e alla strada sconnessa e sospirai. Sam mi guardò, rassicurante.

– Dormi qui, puoi ripartire domattina, no?

Annuii sorridendo di gratitudine.

Sam si alzò avvicinandosi alle vetrate – È strano, sai? Qui non piove mai a differenza di Losthope. Il tempo sta impazzendo. – Volse lo sguardo verso di me, ruotando leggermente il capo. In quel momento il suo sorriso, stagliato in controluce sui lampi di sfondo, era quasi sovrannaturale.

– Forse le cose stanno solo cambiando.

Ci scambiammo un lungo sguardo. In quel momento stavamo comunicando come mai prima d’allora un essere umano aveva cominicato con un altro. Lui sapeva tutto di me, io non conoscevo nulla di lui, ma sapevo di potermi fidare.

Quella notte dormii beatamente nella camera degli ospiti e fu sicuramente una mia scelta.


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maggio 18, 2016

Preludio

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Di tutti i posti in cui mi sarei aspettato di passare il resto della mia vita, di certo Losthope Hill era il meno probabile. Il mio nome è Mark Craine e questa è la storia di una maledizione. Nel momento in cui scrivo, non sono certo di averla dissolta, ma ho a disposizione un’eternità per scrivere questo racconto e spero che possiate trovarlo utile, se non interessante. Vi parlerò di persone a cui è stata tolta la speranza, di amori distrutti, di segreti dolorosi e di subdole cospirazioni.

Ma prima di cominciare devo premettere che Losthope Hill non era una città come le altre. Nessuno ha memoria del passato o di come fosse sorta, in quella posizione così anomala, artigliata al bordo della scogliera. Una delle tradizioni più insolite è che a chiunque arrivasse in città veniva affidata una mansione specifica che ricoprisse un ruolo mancante. Tutto a Losthope era governato da un equilibrio grottesco e viscoso.

Da quelle parti era raro che le nuvole dessero tregua al sole e gli permettessero, fugacemente, di dare uno sguardo alle vite monocromatiche della sua manciata di abitanti. Si trattava di una cittadina minuscola, le cui case crescevano come funghi ammalati lungo la costa di una montagna. Case grigie, dall’intonaco sbiadito e artigliato dal tempo che si era divertito a disegnare sulle loro mura spaventose crepe incrociate tra loro, fino a formare una foresta di intrecci scuri ed edera velenosa. La montagna faceva parte di una piccola catena montuosa che circondava il fiordo di Resting Waters, a cui si poteva arrivare discendendo una scalinata sconnessa, abbozzata da gradini di un legno vecchio e marcio.

Le piccole stradine di ciottoli mal fissati, invece, percorrevano ogni singolo oscuro vicoletto cittadino, custode di storie dimenticate, spesso mai raccontate, che nemmeno la pioggia più torrenziale riusciva a ripulire. Quando l’acqua cadeva su Losthope si formavano tra le fessure delle strade, sempre in pendenza, piccole arterie sinuose che scorrevano verso la valle, ma quando l’acqua abbondava era la stessa strada a diventare un fiume in piena, spesso bloccando nelle loro piccole case buie i cittadini, già poco propensi ad uscirne.

Losthope era l’ultimo porto per le anime stanche, un limbo per chi non aveva più la forza per combattere, per chi aveva perso troppo e con esso anche il gusto delle piccole gioie quotidiane. Il cibo era insipido, l’aria umida, i fiori appassiti e le piante ammalate. A Losthope i cellulari non esistevano, internet non è mai arrivato e le televisioni, ancora in bianco e nero, non vantavano che un segnale disturbato. A Losthope Hill non cresceva più nulla, a parte silenzi e malinconie.

Nelle giornate di vento più forte, un inconfondibile odore di salsedine, portato all’aria calda, raggiungeva le narici di tutti, quasi il destino, in un disperato tentativo, volesse ricordare agli abitanti della cittadina che da qualche parte esisteva un posto migliore. E nonostante le numerose macchine, arrugginite e maltenute, abbandonate a se stesse nel parcheggio di fronte alla chiesa, era ben raro che un cittadino decidesse di lasciare Losthope.


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